LA7 Giorgia Meloni

Il rapporto con la libera informazione

Il rapporto della Presidente del consiglio Giorgia Meloni con la libera informazione è molto complesso. Prima di vincere le elezioni del 2022, non si sottraeva a interviste anche scomode, è stata ospite di Otto e mezzo su LA7 più di una volta, né rifiutava confronti anche aspri con giornalisti e oppositori politici. Da quando è capo del governo, invece, ha scelto di sottrarsi sistematicamente a qualsiasi forma di intervista che non abbia le sembianze della comparsata nei programmi di Bruno Vespa, o di qualche omologo su Mediaset. 

LA7 Giorgia Meloni e il suo silenzio

Sono tre anni che rifiuta di rispondere a domande poste da giornalisti de LA7 Giorgia Meloni, tanto che Corrado Formigli a Piazza Pulita ha creato una rubrica intitolata “Silenzio Stampa”, né l’abbiamo mai vista ospite di programmi come Otto e Mezzo, Di Martedì, o di qualche altro talk show dell’emittente di Cairo. Insomma, non ne vuole sapere de LA7 Giorgia Meloni.

Poche conferenze stampa, molti contesti amici

La premier fa una conferenza stampa all’anno, e per il resto rifugge qualsiasi occasione di libero confronto con la (poca) stampa libera. In genere, quando si dà l’occasione di incappare in qualche vero giornalista, adduce una fretta indiavolata, impegni improrogabili, o millanta uno sdegno tale da obbligarla a interrompere la risposta. Di “seconde domande”, non se ne parla mai. 

Trovarsi sempre in contesti amici – da “Porta a Porta” a “Domenica In”, a “Dritto e rovescio” di Paolo Del Debbio – comporta l’inevitabile conseguenza di poter fare propaganda senza contraddittorio, di offrire al pubblico chiavi di lettura rispetto all’operato del governo del tutto prive di approccio critico, e di risultare sempre comunicativamente assai efficace. 

Una strategia comunicativa precisa

Non si intende negare che Giorgia Meloni sia una brava comunicatrice, capace di intercettare gli umori del suo elettorato e di tarare la propaganda del governo sulle “viscere” dell’italiano medio, si intende, piuttosto, sottolineare la strategia mediatico-comunicativa che ne è a fondamento. 

Stile comunicativo in Italia e all’estero

Il suo stile comunicativo non sembra cambiare molto a seconda che la premier si trovi in contesti istituzionali come il Parlamento italiano, o un comizio elettorale per le elezioni regionali. Si tratta di una comunicazione assertiva, spesso strillata, espressa con un lessico molto semplice, talora canzonatorio, se non direttamente offensivo, nei confronti di chi la pensa diversamente, sempre icastica (si pensi alle espressioni fin troppo evocative e alla gestualità spesso esasperata). Nei contesti internazionali, invece, è più cauto e pacato, dato l’indirizzo supinamente atlantista e subordinato all’UE che il governo ha adottato fin dall’inizio in politica estera.

Concetti binari e narrazione semplificata

Ma torniamo all’Italia. Se ci si fa caso, Meloni esprime sempre concetti “binari” (bene/male; amore/odio; giusto/sbagliato), identitari, e facilmente comprensibili. Non formula mai frasi ipotattiche, complesse, articolate: le sue affermazioni sono sempre immediate, elementari, riconoscibili anche da chi ascolti distrattamente. Non richiedono mai un’elaborazione critica, un’analisi contenutistica, un approfondimento.  

Il caso emblematico dell’operazione Albania

Prendiamo il caso emblematico dell’imbarazzante fallimento dell’operazione Albania: Meloni ha recentemente sentenziato che si sono persi due anni “per colpa dei giudici”, senza che nessuno avesse modo di eccepire che i suddetti giudici hanno semplicemente applicato una normativa europea ben nota al governo da molto prima che fossero costruiti i centri di detenzione albanesi; né che questi centri, anche fossero a pieno regime, potrebbero ospitare poche migliaia di migranti, a fronte di sbarchi di centinaia di migliaia di persone all’anno; né tantomeno si è mai sollevata la trascurabile obiezione che imprigionare i migranti potrebbe configurare una grave violazione dei loro diritti umani e che l’articolo 10 della nostra Costituzione obbliga l’Italia ad accogliere chi abbia diritto d’asilo… Etc. 

Se andasse ospite in qualsiasi programma de LA7 Giorgia Meloni sarebbe costretta a rispondere a queste questioni, non potrebbe cavarsela con lo slogan del governo buono contro i giudici cattivi. Il pubblico, perciò, sarebbe indotto a porsi domande, a informarsi, a riflettere. 

Una narrazione rassicurante per un elettorato in difficoltà

La psiche umana, lo sappiamo, funziona in economia, preferisce sempre ciò che non richiede sforzo a ciò che lo richiede. Se una leader appare “simile all’elettore medio”, cioè non troppo colta, incline all’inflessione dialettale, con un eloquio più che accessibile, portatrice di idee rassicuranti, identitarie, consolatorie rispetto alla precarietà della vita e al relativismo dei valori… è destinata al successo, tanto più in un paese che per tradizione non ha mai amato la sinistra. Una narrazione propagandistica, rassicurante, e facile a comprendersi è ciò di cui tutti gli elettori hanno bisogno: dio, patria, famiglia, ostilità verso le minoranze, finta svolta securitaria … sono concetti “vecchi”, tanto quanto accoglienti e confortanti. Lo sono per chi vive condizioni di vita difficili, precarie, minacciose – dal lavoro alla famiglia, dalla paura della guerra a quella di non poter garantire un futuro ai figli – e anche per chi magari è privo degli strumenti intellettuali necessari a metterle in discussione. 

Quindi almeno fino al 2027 – non vedremo su LA7 Giorgia Meloni perché sa tutto questo.

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